Archivio per la categoria ‘Scienze’

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Usa: sperimentata acqua potabile gm

3 Giugno 2008

L’acqua è il bene più prezioso per l’umanità. Arriva dalla genetica la tecnica che permette di trasformare l’acqua non potabile in potabile. Si tratta dell’acqua potabile gm, nella quale frammenti di materiale genetico sono utilizzate per bloccare la replicazione di virus e batteri, e quindi per purificarla. La tecnica, ancora sperimentale, è stata presentata a Boston nel congresso della Società Americana di Microbiologia. Nei test finora eseguiti nella Duke University, i ricercatori che l’hanno messa a punto sono riusciti a bloccare l’attività di un fungo molto comune nell’acqua. Un metodo come questo, secondo gli studiosi, permetterebbe di risolvere il problema della sicurezza dell’acqua potabile nei Paesi in via di sviluppo. Per i ricercatori potrebbe essere una soluzione anche per i Paesi avanzati, come alternativa a cloro e raggi ultravioletti.

La tecnica si chiama interferenza dell’Rna e consiste nell’azionare interruttori molecolari chiamati micro-Rna per accendere o spegnere i geni. Finora utilizzata in molti campi della ricerca biomedica, per la prima volta questa tecnica viene applicata in campo ambientale. “I nostri dati dimostrano che è possibile silenziare l’azione di uno specifico gene in un fungo che vive nell’acqua”, ha detto la responsabile del progetto, Sara Morey. “Riteniamo - ha aggiunto - che l’interferenza dell’Rna promette di diventare uno strumento per silenziare geni al fine di controllare la proliferazione di batteri e virus che vivono nell’acqua”.

 

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Tumore al polmone, verso il test che predice il rischio

2 Giugno 2008

Un semplice test del sangue per individuare il tumore al polmone nella sua fase iniziale e predire il rischio che un soggetto fumatore ha di ammalarsi di tale patologia nell’arco dei successivi due anni. Il test si basa sull’individuazione di una particolare ‘impronta’ genetica, che i ricercatori hanno riscontrato essere presente in coloro che hanno poi sviluppato la neoplasia.Non è ancora una realtà, ma i primi risultati della sperimentazione del nuovo test sono molto incoraggianti. A metterlo a punto, i ricercatori dell’Università di Colonia, guidati da Thomas Zander, che ha illustrato i primi, positivi dati della sperimentazione in corso al congresso della Società americana di oncologia (Asco), in svolgimento a Chicago. Un risultato definito “entusiasmante”, anche se si è ancora in una fase preliminare degli studi e gli esperti invitano alla prudenza.

Ma i primi dati, affermano i ricercatori tedeschi, sono senza dubbio incoraggianti. Il test, spiega Zander, “é risultato sensibile e capace di identificare il tumore al polmone in uno stadio molto precoce, negli individui fumatori, ma anche di predire il rischio di insorgenza per un periodo di due anni”. Come? Utilizzando appunto “l’impronta” del Rna. In altre parole i ricercatori hanno individuato il ‘marchio genetico’ che caratterizza i soggetti malati di tumore al polmone, e lo hanno fatto comparando i linfociti del sangue di un gruppo di pazienti con quelli di un gruppo di individui sani. Individuati i geni ’spia’ del tumore, hanno quindi esaminato un campione di soggetti fumatori sani e, in alcuni di essi, hanno riscontrato la presenza degli stessi geni spia. Proprio questi soggetti, nell’arco dei successivi due anni, hanno sviluppato nella maggioranza dei casi la patologia. Il grado di accuratezza del test, afferma Zander, è dell’88%.

Un risultato importante, soprattutto alla luce di un dato: solo il 15% dei pazienti affetti da cancro al polmone sopravvive e la sopravvivenza media é di circa due anni. La causa sta proprio nella diagnosi tardiva, dal momento che questo tipo di tumore è diagnosticato quando è già in fase avanzata. Riuscire ad avere una diagnosi precoce - proprio quello che il test in sperimentazione promette - significherà dunque poter mettere a punto una strategia terapeutica per migliorare notevolmente la sopravvivenza di tali pazienti. “Quello che ora abbiamo fatto - precisa Zander - è identificare nel sangue il preciso profilo genetico del cancro al polmone, prima che la malattia si manifesti clinicamente”.

Naturalmente, ha aggiunto però, “ulteriori studi sono necessari, anche se i primi risultati lasciano ben sperare”. Una prospettiva interessante anche secondo l’esperto in tumori polmonari Cesare Gridelli, direttore della divisione di oncologia medica dell’ospedale Moscati di Avellino: “Puntare all’identificazione del profilo genico che predice il rischio di sviluppare il tumore del polmone è senza dubbio un traguardo a cui lavorare. Si tratta però - conclude l’esperto - di una prospettiva non immediata e che richiederà ulteriori, importanti sperimentazioni”.

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Elettricità alternativa? Arriva la macchina “acchiappaonde”

1 Giugno 2008

Tutto italiano il prototipo di una macchina che serve a trasformare in elettricità l’energia delle onde. La forma, ancora top secret nei dettagli, è quella di una mongolfiera. Subacquea, da immergere a cento metri di profondità per catturare l’energia delle onde. È una macchina, unica al mondo nel suo genere, progettata da un «cervello italiano», Michele Grassi, ricercatore al dipartimento di matematica dell’Università di Pisa.Grassi, 38 anni, studi alla Normale e dottorato alla Ucla di Los Angeles, ha costruito un prototipo che ha dato ottimi risultati al largo di Marina di Pisa. A settembre sarà sperimentato il modello finale, con tanto di validazione, e poi si passera alla vendita. Che potrebbe avere anche risultati eccellenti visto che le prime prove marine sono state ottime. La «macchina delle onde» riesce a produrre energia a costi tre volti inferiori al fotovoltaico e simili a quelli dell’eolico. Con un vantaggio strategico: «Queste macchine non hanno impatto visivo come le pale eoliche - spiega Grassi - perché stanno sotto il mare e sono ecologiche». Se ne possono costruire di più dimensioni e potenza. Grandi e costose (milioni di euro) ma capaci di erogare un megawatt di potenza e piccole ed economiche (100 mila euro) da 100 chilowattori capaci di soddisfare il fabbisogno energetico di una trentina di appartamenti.

«La macchina è diversa da tutti gli altri progetti per ricavare energia dal moto ondoso», continua Grassi. «Potrà essere utilizzata in un mare calmo come il Mediterraneo, anche se la sua efficienza nell’oceano potrebbe essere cinque volte superiore». La tecnologia? «Semplice, si tratta di basilari principi di ingegneria meccanica», risponde Grassi, «e dietro il prodotto non c’è neppure una grande industrializzazione». La macchina delle onde ha già iniziato a stuzzicare gli appetiti internazionali. Una società francese ha contattato il ricercatore pisano e il governo del Galles si è detto disponibile a finanziare per il 50% le spese di realizzazione e a contattare eventuali sponsor. «Una proposta molto lusinghiera, che mi ha sorpreso e onorato», conferma Grassi. Che poi aggiunge: «Ho preso un po’ di tempo prima di rispondere, nonostante la proposta sia straordinaria. Mi piacerebbe che il sostegno arrivasse dal mio Paese. Vedremo».

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Il segreto della voce racchiuso in una formula

1 Giugno 2008

Il professor Andrew Linn, di professione linguista all’università di Sheffield, e l’ingegnere del suono Shannon Harris si sono messi in testa di definire come è fatta la “voce umana perfetta”. Dopo una serie di sondaggi e qualche tentativo al computer, ne hanno anche sintetizzato un esempio: una frase pulita e comprensibile, ma con un indelebile retrogusto di annuncio da stazione.I modelli da cui Linn e Harris erano partiti facevano in verità sperare di meglio. Secondo un sondaggio commissionato da “Post Office Telecoms” e limitato al parterre britannico, le voci più amate dagli inglesi sono quelle degli attori Jeremy Irons e Alan Rickman per gli uomini e di Mariella Frostrup (giornalista della Bbc) e Dame Judi Dench (attrice) fra le donne. Mettendo insieme i loro film o reportage, i due ricercatori britannici hanno elaborato la formula della voce perfetta. Ritmo lento ma non noioso (164 parole al minuto), una pausa fra una frase e l’altra per dare il tempo di metabolizzarne il significato (0,48 secondi di silenzio), un’intonazione che nasce acuta ma chiude in calando il discorso.

Alla formula matematica Linn e Shannon hanno aggiunto caratteri più difficilmente misurabili, come la capacità di ispirare fiducia nell’interlocutore (un consiglio per ottenerla è evitare gli acuti in finale di frase) e l’espressività unita all’intelligenza (un aiuto può venire dai frequenti cambi di intonazione).

“Alcune voci ci fanno venire i brividi, mentre altre ci fanno irrigidire per il disgusto. Queste reazioni sono dettate dall’istinto, ma noi cercavamo una risposta più precisa” hanno spiegato i due ricercatori ieri alla Bbc. L’idea di una formula matematica per definire la voce perfetta fa però sorridere Sandro Rossi, attore e fondatore dell’agenzia di comunicazione personale “Mosè e Aronne”.

Anche se il pubblico interessato ad acquistare autorevolezza attraverso la parola potrebbe essere in teoria numeroso, e dagli studi di Sheffield arrivano consigli utili a chi si interessa di dizione, Rossi sottolinea che l’identità e il calore di una voce non dovrebbero mai andare persi. “Convincere gli altri con la parola è una forma di seduzione. Difficile racchiudere tutte le sfumature in una formula matematica. Il sottofondo di dialetto napoletano in Sofia Loren per esempio aveva una sensualità incredibile.

E nella recitazione di Anna Magnani il romano spuntava anche dove non avrebbe dovuto, ma chi si sentirebbe di criticarla? Vittorio Gassman, pur essendo vicino alla “voce perfetta”, sapeva anche fare un urlo sguaiato da tifoso, se il film lo richiedeva. De Filippo, che aveva una parlata tutt’altro che bella, è stato l’attore che più è riuscito ad abbattere il muro tra recitazione e intonazione naturale”.

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Copenaghen: la segnaletica stradale cambia sesso

31 Maggio 2008

A Copenaghen, il comune vuole sostituire gli ometti ritratti sui cartelli stradali, vicino agli incroci e ai semafori, con altrettante donnine, «per creare un dibattito», come ha detto uno dei consiglieri. La maggioranza dei rappresentanti del popolo sarebbe già d’accordo: cambiare, e subito.

Ne dà notizia Nyhedsavisen, che è un giornale gratuito, ben informato e assai diffuso fondato un paio di anni fa, e che ora solleva un problema giuridico: è legale o no modificare la segnaletica stradale, sia pure per sostenere l’uguaglianza fra i sessi come pare che sia in questo caso? E non sarà un rischio per la sicurezza, visto che dopotutto la gente è abituata da decenni a vedere delle sagome diverse? Ad ogni buon conto, fra i critici più severi, c’è anche la portavoce del movimento per l’uguaglianza fra i sessi, che parla di stravaganza, e di inutile spreco di soldi pubblici. I sostenitori dell’idea ribattono che non si tratta di una crociata politico-ideologica, ma di un semplice desiderio di rendere più aggraziati quei cartelli, di svecchiarli.

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Bolivia: scoperta la più antica impronta umana

30 Maggio 2008

Se fosse confermata, sarebbe una scoperta in grado di cambiare la storia dell’umanità. L’impronta pietrificata del piede di un uomo che camminò eretto fra 5 e 15 milioni di anni fa lungo quello che oggi è l’altipiano andino in Bolivia è stata presentata a La Paz, fra la sorpresa generale e un certo scetticismo degli addetti ai lavori, come quella che sarebbe di gran lunga l’orma più antica del mondo. Di gran lunga più vecchia, infatti, di quella scoperta nell’agosto del 2007 da archeologi egiziani su una roccia nell’oasi di Siwa e risalente a circa due milioni di anni fa.

Durante una conferenza stampa nella sede del ministero degli Esteri boliviano, esperti paleontologi e antropologi hanno presentato una sezione di pietra lunga tre metri, larga uno e spessa 30 centimetri, con sopra una orma chiara di 29,5 centimetri (taglia 39) corrispondente ad un uomo alto circa 1,70 metri e pesante 70 chili. Commentando lo straordinario rinvenimento, l’archeologo Manuel de la Torre ha dichiarato che si tratta di un reperto appartenente al miocene dell’epoca terziaria, quando la cordigliera delle Ande era in formazione, e questo ne fa «l’orma umana sicuramente più antica mai scoperta». Da parte sua un altro studioso Guillermo Lazcano, ha osservato che «i polpastrelli di ciascuna delle cinque dita sono abbastanza robusti. Ognuno di essi presenta una collocazione corretta, per cui la traccia ci permette di evidenziare che esisteva una buona capacità di trazione e un buon movimento con due piedi».

Se ulteriori indagini confermassero l’autenticità del ritrovamento, esso sconvolgerebbe fra l’altro le teorie finora conosciute sull’evoluzione della specie umana perchè il primo ominide che si suppone avesse capacità di spostarsi eretto era l’Australopithecus anamensis, e di cui sono stati scoperti in Kenya resti risalenti a quattro milioni di anni fa.

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Decifrato il codice celebrale che svelerà i pensieri

30 Maggio 2008

Un gruppo di neurologi dell’Università di Pittsburgh negli Stati Uniti hanno decifrato un pezzo di codice cerebrale che il nostro cervello adopera per pensare a oggetti concreti. Sono cioè riusciti ad associare a ciascuna parola che indichi un oggetto concreto un preciso schema di attivazione cerebrale. Quando una certa combinazione di aree del cervello si attiva, vuol dire che stiamo pensando a un nome specifico.

Reso noto sulla rivista Science, il risultato potrebbe permettere in futuro di creare dispositivi per leggere nel pensiero basandosi su questo “dizionario cerebrale”.

Coordinati da Tom Mitchell della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, gli scienziati hanno osservato con la risonanza magnetica diverse combinazioni di attività cerebrale di volontari, collegandone ciascuna ad una parola. Poi utilizzando statisticamente queste associazioni tra attività neurale e singola parola, hanno dedotto il “codice” di migliaia di altre parole.

Aver decriptato almeno in parte il codice del cervello servirà in futuro per studiare malattie come l’autismo, disturbi del pensiero come la paranoia, la schizofrenia, la demenza semantica.

Partendo da questo concetto già in passato alcuni scienziati avevano dimostrato che a ciascuna parola è ricollegabile un certo tipo di attività cerebrale. Così, per esempio, se pensiamo a una mela, nel nostro cervello si attiverà sempre e costantemente una serie di aree specifiche in un ordine cronologico preciso cui corrisponde il pensiero “mela”. Tra queste aree accese a “significare” mela, ci saranno di certo circuiti implicati nel gusto, nel ricordo, nella masticazione.

Partendo da ciò i neurologi stavolta si sono imbarcati in un’impresa ambiziosa: decifrare almeno una parte del codice del cervello, cioè di quelle combinazioni di attività cerebrale che producono il significato di una parola. Hanno iniziato con nomi concreti chiedendo a nove volontari di pensare a 60 oggetti appartenenti a diverse categorie, animali, parti del corpo, costruzioni, vestiti, insetti, veicoli, vegetali.

A ciascuna di queste parole i neurologi hanno associato una unità di codice precisa, cioè uno schema preciso di attività cerebrale che genera il pensiero di un oggetto determinato. Hanno quindi decodificato una sorta di crittogramma neurale. Poi, ricorrendo all’uso del computer, i neurologi hanno dedotto, a partire dai pezzi di codice svelati, altri crittogrammi, decifrando il codice di altre migliaia di parole con un’accuratezza che si aggira intorno al 70-77%.

«Crediamo di aver identificato un certo numero di unità di codice di base che il cervello usa per rappresentare il significato di alcune parole - ha detto Miitchell - e queste unità di codice possono essere assemblate per predire il codice di ogni altro nome concreto. Abbiamo dimostrato che questo modo di dedurre altri pezzi di codice è molto accurato». «Il nostro lavoro - ha detto Marcel Just, un altro autore dello studio - è un passo importante nella decifrazione del codice del cervello».

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Braccio-robot controllato dal pensiero

30 Maggio 2008

Un braccio robotico controllato dagli impulsi nervosi cerebrali: l’esperimento
compiuto con successo dalla statunitense Pittsburgh University, che ha utilizzato due scimmie collegate mediante degli elettrodi a un computer. Come riporta il quotidiano britannico The Independent, si tratta di un progresso molto importante perché apre la strada alla possibilità di impiegare delle protesi elettroniche in molte malattie e degenerazioni cerebrali che lascino i pazienti impossibilitati a muoversi. «Adesso stiamo iniziando a capire come funziona il cervello utilizzando una tecnologia di interfaccia fra uomo e macchina», spiega Andrew Schwartz: «L’obbiettivo immediato è quello di costruire degli apparecchi per persone affette da paralisi totale; la meta ultima è quella di comprendere meglio la complessità cerebrale».

Le scimmie sono state inizialmente addestrate a controllare il braccio robotico con un joystick: successivamente, il controllo è stato fatto passare direttamente ai centri motori del cervello mediante degli elettrodi. I ricercatori sono rimasti sorpresi dalla facilità di apprendimento, una volta che le scimmie hanno accettato l’uso della protesi come strumento per procurarsi del cibo.

La «traduzione» dei comandi cerebrali non è diretta: gli elettrodi - impiantati nella corteccia - campionano circa un centinaio di cellule sui milioni di neuroni coinvolti nei movimenti, e il segnale è inviato a un computer che ne «interpreta» il significato azionando quindi il braccio robotico (formato da due articolazioni - con un totale di cinque gradi di libertà, tre della «spalla» e due del «gomito» - e una «mano» ad artiglio). Una prima modifica necessaria sarà riuscire a inviare delle informazioni sensoriali dal computer al cervello, ad esempio per regolare la forza con la quale viene stretto un oggetto: informazioni necessarie per l’interazione con l’ambiente.

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Scoperto “Fragilis”, il batterio amico

29 Maggio 2008

 

Se era noto da tempo che una funzione come quella digestiva sarebbe impossibile senza l’opera dei microscopici “meccanici” che smontano le sostanze nutritive, ora un batterio “buono” dell’intestino è stato per la prima volta colto in flagranza mentre combatte e distrugge un altro batterio patogeno.

La lotta fra “buoni” e “cattivi” con il tutt’altro che scontato “happy end” è descritta da alcuni microbiologi dell’università di Harvard nell’articolo di copertina di “Nature”. “È la prima volta che una sostanza benefica prodotta da un batterio intestinale mostra di avere una funzione terapeutica” spiega uno degli autori dello studio, Sarkis Mazmanian. Il “buono” porta il nome di Bacteroides fragilis, una famiglia di batteri che da sola compone il 30 per cento della flora dell’intestino tenue e che è in grado di tenere a freno l’azione infiammatoria di Helicobacter hepaticus, microrganismo perverso che provoca i sintomi di morbo di Crohn, colite ulcerosa e sindrome dell’intestino irritabile.

Fragilis produce sulla sua membrana uno zucchero (polisaccaride A, chiamato per brevità “Psa”) ed è capace di attivare il sistema immunitario per spazzare via i sintomi dell’infiammazione. Ma non solo di un possibile nuovo farmaco racconta questa ricerca. La scoperta che il sistema immunitario umano trovi degli alleati fra quelli che sono considerati i suoi principali nemici cambia il nostro modo di guardare ai batteri, spezzando l’associazione “bacilli uguale malattie”. “Fin da bambini - spiega Mazmanian - ci hanno abituato a pensare ai microbi come a qualcosa di sporco, che provoca i disturbi più vari. Questo non è falso, perché alcuni batteri provocano effettivamente malattie. Ma molte specie di microrganismi che vivono fuori e dentro di noi sono semplicemente neutrali, o addirittura svolgono azioni benefiche. Un effetto secondario del nostro studio sarà quello di capovolgere la considerazione della gente nei confronti dei batteri”.

 

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Fiocco rosa al Bioparco di Roma

28 Maggio 2008

È nata sola da una settimana ed è già alta 170 cm e pesa 70 Kg. Sto parlando della “giraffina” nata il 21 maggio al Bioparco di Roma.

La giraffina è una femmina, nata con 10 giorni di ritardo ma senza inconvenienti, che va ad aggiungersi al gruppo di quattro animali che abita la “Casa delle Giraffe”: la mamma, Carroll, di 16 anni, il padre, Rocco, di 24 anni suonati (vale a dire un ultra ottantenne), la sorella maggiore, Cameron, di 3 anni e la sorella minore, Esperanza, di quasi 2 anni nata anche lei al Bioparco nell’agosto 2006.

La neo-abitante della Casa delle Giraffe non ha ancora un nome: perciò al Bioparco verrà indetto una sorta di referendum tra i bambini per decidere come si chiamerà. Così come è stato fatto con la sorellina Esperanza, il cui nome è stato scelto dai piccoli romani.