
Il film di Matteo Garrone è stato applaudito per cinque minuti al Festival di Cannes. L’attesa per il film italiano tratto dal romanzo di Roberto Saviano ha contagiato ieri, fin dalla mattina, la platea internazionale e alla proiezione ha assistito anche il neo-ministro della Cultura Sandro Bondi. Ma, sulla scalinata, per la proiezione di gala, lo scrittore non si è fatto vedere. Motivi di sicurezza, come quelli che hanno impedito, durante la conferenza stampa, la presenza dell’abituale esercito di fotografi in piedi davanti al tavolo: «Per me - spiega Saviano - non apparire sulla scalinata non è stata una rinuncia, non sono un attore, faccio un altro mestiere. Vivo sotto protezione da due anni, ma non mi sento un caso raro, vengo da un territorio dove decine di persone sono costrette a stare nella mia stessa condizione, il mio pensiero oggi va a loro». Con Saviano ci sono il regista di Gomorra, Matteo Garrone, e la squadra al completo, gli sceneggiatori Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Massimo Gaudioso, e poi gli attori, da Toni Servillo a Gianfelice Imparato, da Maria Nazionale a Salvatore Cantalupo. Per non parlare dei ragazzi, Ciro Petrone, Marco Macor, Salvatore Abbruzzese che si guardano intorno ancora increduli perché, come ripete Ciro, «tutto questo sembra un sogno».
In Italia Gomorra, storia di potere, soldi e sangue nella Campania avvelenata dalla camorra, è uscito nel fine settimana. Al mercato del Festival il film è già stato acquistato da una decina di Paesi: «Non mi aspettavo questa risposta - dice Saviano -, così come non me l’aspettavo dal libro. Anzi, pensavo che ci si volesse allontanare da certi argomenti e invece in Italia c’è fame di queste storie. Le polemiche dei giorni scorsi sui panni sporchi da lavare in casa non mi stupiscono, sono le stesse che hanno accompagnato l’uscita del libro. Mi colpisce che da noi le operazioni di verità vengano accolte in questo modo. Gli autori, negli altri Paesi, le fanno normalmente, se invece a provarci sono i nostri vengono subito accusati». Fin dall’inizio Saviano e Garrone hanno lavorato fianco a fianco: «Scrivevamo a casa di Matteo, con la scorta che mi accompagnava e mi veniva a riprendere, sotto pressione. Il mio ruolo è stato come quello di un poliziotto, attento al rispetto del testo, il problema più difficile era scegliere, togliere piuttosto che mettere».
Garrone spiega di aver girato seguendo l’ispirazione delle storie: «Non ho pensato alle belle inquadrature o al bel movimento di macchina. La materia del film suggeriva un linguaggio semplice, un po’ come quello dei reportage di guerra, volevo dare allo spettatore la sensazione di trovarsi lì, in quei posti, di sentire quegli odori». E l’aiuto più importante è venuto proprio da quei luoghi: «Devo molto - dice Garrone - alla gente che abita lì. Le loro azioni, i loro dibattiti, i loro commenti, sono stati parte integrante della lavorazione, come una verifica continua della sceneggiatura». Era prevedibile che ci fossero problemi, tentativi di bloccare le riprese, minacce da chi si sentiva chiamato in causa: «All’inizio un po’ di timore c’era, ma poi il cinema ha un tale fascino che la maggior parte della gente ha scelto di partecipare. Certo, ci sono state anche delle manifestazioni di ostilità, era come se girassimo al fronte, ma le preoccupazioni man mano si sono sciolte».
Adesso Gomorra è in programmazione nelle sale di Napoli e provincia, lo vanno a vedere tutti, camorristi e non: «Il film può servire - dice Ciro - può far capire a un ragazzo di vent’anni che che è meglio cambiare strada, non fare quella certa scelta». Le reazioni finora sembrano positive: «Le sale sono piene - racconta Ciro -, ci sono stati un sacco di applausi. L’altra sera è andata a vederlo anche mia madre, vi potete immaginare, sta ancora piangendo».